M. Di Bella a carico del Sistema Sanitario: i giudici parlano chiaro

Si tratta di una sentenza emessa lo scorso 16 gennaio dal giudice del Lavoro Francesca Costa del Tribunale di Lecce: la Asl salentina dovrà rimborsare un paziente di quasi 25mila euro spesi per potersi sottoporre alla cura Di Bella, dopo aver già subito un intervento chirurgico per carcinoma alla mammella e diverse sedute di radioterapia inutilmente.

Se non si registrano miglioramenti con i metodi tradizionali, la cura Di Bella non dev’essere a carico del cittadino.

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L’argomento in questione è ben più caldo di quanto si possa intuire in prima battuta: stiamo difatti parlando dela libertà di cura. In questi giorni si è anche parlato molto del caso Stamina (vedi approfonfimento).

Ricordiamo che il metodo Di Bella è stato creato dal fisiologo modenese ed è già stato sottoposto a sperimentazione, nel 1998, e il responso è stato inequivocabile: non ci sono riscontri scientifici sulla sua validità.

Eppure, questo non basta, secondo il magistrato leccese, a sollevare le Asl dal pagamento della terapia a base di somatostatina, bromocriptina, ciclofosfamide, melatonina e vitamine.

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Stiamo parlando di una donna sottoposta, nel 2003, a intervento chirurgico per carcinoma alla mammella. Nel 2010, ha una recidiva e non ottiene risultati con la radioterapia. Di fronte all’avanzata della malattia, decide di sottoporsi a trattamento Di Bella, prescritto da Giuseppe Di Bella, figlio del fisiologo Luigi. La donna riscontra notevoli benefici di tipo soggettivo, mentre i medici certificano quelli oggettivi: i referti dicono di evidenti riduzioni e addirittura scomparsa di alcune lesioni.

La cura diventa, per la paziente insostituibile. Ma come si fa a stabilire se davvero quei farmaci del multitrattamento Di Bella siano, appunto, unici e “indispensabili”, tanto da ordinare che i loro costi siano a totale carico del Servizio Sanitario Nazionale? Ad oggi non si può

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Il metodo Di Bella sarà a carico del SSN quando le cure tradizionali non dovessero risultare utili all’arresto o alla cura della malattia tumorale o non potessero più essere tollerate dal paziente per tali finalità curative.

Tratto da Il Fatto Quotidiano

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